
Mercoledì scorso ho vissuto una di quelle esperienze che restano addosso come un filo buono: di quelli che non stringono, non graffiano, non impongono, ma avvolgono. Una serata che nel suo essere semplice, ha avuto dentro qualcosa di profondamente nuovo. O forse, più che nuovo, profondamente giusto. Abbiamo sferruzzato al cinema.
Detto così potrebbe sembrare soltanto una curiosità, una trovata originale, una moda simpatica e insolita. Ma per me, e per tutto ciò che porto avanti nel mio lavoro di Therapeutic Knitter questa esperienza è stata molto di più. E’ stata la conferma concreta di un pensiero che abita da tempo il mio cammino: il lavoro a maglia e l’ uncinetto non sono soltanto tecniche creative, non sono soltanto passatempo, non sono soltanto abilità manuali. Sono strumenti di presenza, di relazione, di cura. E quando escono dagli spazi privati in cui per troppo tempo sono stati confinati, accade qualcosa di importante. Accade una piccola, silenziosa, potentissima rivoluzione.
Questa pratica di sferruzzare durante la visione di un film, nata altrove e diffusasi progressivamente in diversi Paesi, porta con sé un significato che va ben oltre la novità dell’ esperienza. Perché non si tratta semplicemente di fare la maglia in un luogo inconsueto. Si tratta di cambiare sguardo. Si tratta di sottrarre il lavoro a maglia e l’ uncinetto ad un immaginario antico e limitante, che per troppo tempo li ha voluti chiusi nei salotti, nelle case, nei tempi morti, nelle stanze del dovere femminile.
Per secoli queste arti sono state raccontate come ‘ attività da donne ‘, e non in un senso luminoso, creativo o emancipato. Al contrario: sono state spesso relegate a un ruolo funzionale, domestico, silenzioso. Dovevano occupare le mani e, in fondo, anche contenere la libertà. Dovevano contribuire a costruire l’ immagine di una donna paziente, composta, utile, ” buona moglie “, più vicina all’ obbligo che alla scelta. In questa visione, il filo non era linguaggio: era recinto.
E invece oggi quel filo può diventare altro. Può diventare gesto creativo, identità, voce, cura di sé, condivisione, incontro. Può attraversare gli spazi pubblici, culturali, collettivi. Può entrare in biblioteca, nelle piazze, nei gruppi di parola, nei contesti educativi. Può entrare persino in una sala cinematografica. Questo per me ha una forza simbolica immensa.
Sferruzzare al cinema significa portare il lavoro a maglia e l’ uncinetto fuori da una dimensione appartata e restituire loro la dignità pubblica. Significa dire che queste pratiche appartengono pienamente alla vita culturale e sociale. Significa riconoscere che il gesto ripetuto delle mani non distrae dalla profondità, ma anzi può accompagnarla. Che si può guardare un film e al tempo stesso tenere tra le dita un filo, lasciando che immagini, emozioni e movimento si intrecciano in un’ esperienza più ampia, più vivi, più incarnata.
Insieme a Simona Perosce , mia amica e presidente dell’ associazione Scambiamente , di cui anch’io faccio parte, abbiamo desiderato fortemente portare questa esperienza anche nel nostro territorio. C’era in entrambe la percezione che non fosse solo una proposta originale, ma un gesto culturale da compiere. Un invito a immaginare diversamente gli spazi, le relazioni, il modo stesso di vivere il lavoro a maglia e la cultura. Nel nostro cammino abbiamo incontrato Luca Ziveri del Cinema Granditalia di Traversetolo , una mente aperta, attenta, pronta ad accogliere con entusiasmo un’ idea fuori dall’ ordinario. E quando un’ intuizione trova qualcuno capace di riconoscerne il valore, allora può davvero prendere forma.
Così la serata e’ stata organizzata. E così ciò che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile e’ diventato reale: persone sedute in sala, il buio del cinema, le lucine da collo a illuminare i lavori, il respiro collettivo della visione, il suono lieve dei ferri, i fili che scorrono tra le dita, l’ uncinetto ce entra e esce col suo ritmo antico, e insiemil film, le immagini, la bellezza condivisa di un tempo vissuto non in fretta ma in presenza.
Per me che nel mio lavoro di Therapeutic Knitter accompagno le persone a riscoprire il valore terapeutico del gesto tessile, tutto questo ha avuto un significato profondissimo. Era, in fondo, ciò che sognavo : poter dimostrare attraverso un’ esperienza concreta, innovativa e pubblica che il lavoro a maglia può essere davvero uno spazio di benessere accessibile a tutti. Non un lusso, non una stranezza, non qualcosa da tenere nascosto, ma una pratica semplice e potente capace di generare effetti reali.
Sferruzzare insieme, infatti, crea comunità . Abbiamo bisogno di luoghi in cui stare senza dover performare, senza dover dimostrare , senza dover correre. Luoghi in cui poter semplicemente essere. Il lavoro a maglia e l’ uncinetto, quando vengono vissuti in una dimensione condivisa, costruiscono esattamente questo: una vicinanza discreta, un senso di appartenenza che non invade, una forma di intimità collettiva fatta di piccoli gesti, di sorrisi, di silenzi buoni.
In una sala cinematografica tutto questo si e’ amplificato. Perché da una parte c’era un film, con il suo portato emotivo, narrativo, estetico; dall’ altra c’era il filo, che aiutava il corpo a rimanere ancorato, presente, calmo. E in mezzo c’erano le persone. Non isolate ma insieme. Ognuna con il proprio lavoro tra le mani, eppure parte di una stessa atmosfera. È stato come se si fosse creata una piccola comunità temporanea, raccolta attorno a un’ esperienza capace di unire cultura, creatività e benessere.
Questo e’ uno degli aspetti che più mi sta a cuore: il lavoro a maglia come strumento per abitare il presente. Nel gesto ripetitivo e ritmico dl fare, il pensiero rallenta. Il respiro si fa più profondo. L’ ansia almeno per un momento perde intensità. Le mani sanno qualcosa che la mente spesso dimentica: sanno tornare al qui e ora. Punto dopo punto, maglia dopo maglia, si crea uno spazio in cui non esiste l’ urgenza del dopo né il peso del prima. Esiste soltanto ciò che c’è. Il filo. Il gesto. Il corpo. Il momento.
Ecco perché parlare di “tendenza” mi sembra riduttivo. Certo, esiste una novità, esiste una diffusione crescente, esiste il fascino di qualcosa che sorprende. Ma fermarsi a questo sarebbe superficiale. Io credo che siamo davanti a una trasformazione culturale più profonda. Una rivoluzione gentile sì perché non urla e non impone. Potente, perché mette al centro il valore di pratiche considerate marginali. Silenziosa, perché lavora sottotraccia, ma proprio per questo capace di entrare in profondità.
portare il lavoro a maglia e l’ uncinetto in luoghi pubblici significa anche restituire loro il posto che meritano nella narrazione del presente. Significa sottrarli al pregiudizio che li vuole vecchi, minori, decorativi e riconoscerli, invece come linguaggio vivi, capaci di parlare di benessere, di socialità, di espressione personale e persino di resistenza culturale. Perché scegliere di rallentare, di creare con le mani, di condividere uno spazio non competitivo, in un tempo come il nostro, e’ già di per sé un gesto controcorrente.

Mercoledì scorso, al cinema, tutto questo si e’ visto. Si e’ sentito. Era nei volti rilassati, nell’ entusiasmo di chi ha partecipato, nella naturalezza con cui il gesto del fare si e’ intrecciato con quello del guardare. Era nella bellezza di una sala che ha accolto il filo senza giudicarlo fuori posto. Era nella possibilità concreta di dire: sì possiamo stare qui anche così. Possiamo vivere la cultura anche con un gomitolo in grembo. Possiamo creare comunità anche nel buio di un cinema. Possiamo portare la cura dentro luoghi che , fino a poco tempo fa, non avremmo immaginato.
Questa esperienza mi ha lasciato gratitudine e conferma. Gratitudine per chi ha creduto in questa proposta, per chi l’ ha accolta, per chi ha partecipato, per chi continua a comprendere che il lavoro a maglia non e’ solo un fare , ma un modo di stare al mondo. E conferma del fatto che la direzione del mio lavoro e’ questa: continuare a mostrare , con delicatezza ma con fermezza, che i fili possono cucire spazi nuovi, relazioni nuove, possibilità nuove.
Perché il lavoro a maglia e l’ uncinetto quando vengono liberati dai vecchi stereotipi e restituiti alla loro dimensione più autentica, diventano davvero ciò che sento da sempre: un gesto che cura, un gesto che unisce, un gesto che crea presenza. E se oggi quel gesto può abitare anche una sala cinematografica, allora forse stiamo davvero assistendo a qualcosa di prezioso.
Non a una moda passeggera, ma a un cambiamento lieve e radicale. A una rivoluzione fatta di fili, mani, immagini e respiro.
una rivoluzione gentile e proprio per questo impossibile da fermare.
Vostra Federica




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